Martedì, 30 Luglio 2024

L'approfondimento

Giulio Zoppello

Giornalista

Kevin Spacey: vi consigliamo 5 film per i 65 di un'icona cinematografica

Kevin Spacey è stato da poco premiato al Festival di Taormina, con un riconoscimento alla sua lunga ed incredibile carriera. Gli ultimi sette anni sono stati quantomeno turbolenti e difficili per il fu Keyer Soze, uno degli interpreti più iconici, poliedrici e memorabili del nostro tempo, capace di rimanere impresso con alcune performance attoriali semplicemente leggendarie, diventate patrimonio comune. I processi e le accuse per molestie sessuali lo hanno visto sempre più escluso dal grande e piccolo schermo, con enormi ricadute sul piano personale ed economico. Oggi che compie 65 anni, è però comunque giusto guardare al suo percorso artistico, con una Top 5 dedicata alle sue performance cinematografiche più importanti e significative, quelle grazie alle quali è diventato uno dei volti più noti al grande pubblico. 

I Soliti Sospetti (1995)

La sua capacità metamorfica ha raggiunto l'apice probabilmente in I Soliti Sospetti, forse il miglior crime thriller degli anni '90, un gioiello firmato da Bryan Singer, sceneggiato da Christopher McQuarrie. Protagonisti, oltre a Kevin Spacey nei panni del piccolo truffatore Roger "Verbal" Kint, sono un gruppo di irriducibili criminali formato da Dean Keaton (Gabriel Byrne), Todd Hockney (Kevin Pollak), Michael McManus (Stephen Baldwin) e Fenster (Benicio del Toro). Finiti nel mirino della polizia come sospettati per una rapina ad un camion di fucili, sono costretti a fare gruppo nel momento in cui il misterioso e potentissimo boss Keyser Soze li costringe ad effettuare un colpo di mano a bordo di una nave. L'esito sarà tragico e il detective David Kujan (Chazz Palmintieri), mentre torchia Kint, si renderà conto che nulla è come sembra tra bugie, depistaggi, false verità e tanto altro ancora. La verità? Il terribile Keyser Soze è proprio Kint, capace di mentire, raggirare, recitare in modo perfetto la parte del pesce piccolo, ma in realtà un ragno tessitore spietato, manipolatore, terrificante mente criminale che alla fine la farà franca sul più bello. I Soliti Sospetti lanciò definitivamente la carriera di Kevin Spacey, facendogli vincere il Premio Oscar come Miglior Attore Non Protagonista. Rimane una delle performance attoriali più iconiche degli anni '90, in un cult assoluto che ha fatto la storia, dove Spacey dimostrò un'adattabilità e una capacità unica di interpretare ogni possibile emozione. 

Se7en (1995)

In quel 1995, Kevin Spacey diventa uno dei villain più iconici della storia del cinema grazie a Se7en, diretto da David fincher, un altro capolavoro di thriller che vede Morgan Freeman e Brad Pitt nei panni rispettivamente di William Somerset e David Mills. Sono due detective che stanno indagando sulle efferrate morti messe in atto da un serial killer, che infine scopriranno chiamarsi John Doe. Sarà l'inizio di una caccia all'assassino di incredibile raffinatezza e complessità, un labirinto lugubre fatto di morte, simboli religiosi, trappole e vicoli ciechi, in cui il finale rimane uno dei più straordinari, sconvolgenti e scioccanti che la storia del cinema ci abbia donato. Se Se7en ancora oggi è considerato uno dei più grandi thriller di tutti i tempi, ciò è anche grazie a Kevin Spacey, che in pochissimi minuti nei panni dell'assassino, riesce a materializzare di fronte ai nostri occhi l'essenza stessa del male, della follia, nella sua forma suprema e più minacciosa. La sceneggiatura di Andrew Kevin Walker ancora oggi toglie il fiato per la capacità di donare fascino e una suspense incredibile all'insieme, ma senza Kevin Spacey, il film non sarebbe mai stato lo stesso. Lui, lugubre, pallido, con quel sorriso da Monna Lisa appena accennato, è rimasto scolpito nella memoria degli spettatori come uno dei villain più terrificanti mai visti. 

American Beauty (1999

Kevin Spacey infine impugna all'Oscar come Miglior Attore Protagonista grazie ad American Beauty di Sam Mendes, senza ombra di dubbio uno dei film più iconici degli ultimi decenni, di gran lunga uno dei titoli che più hanno cambiato l'identità stessa della cinematografia americana, capace di definire un'era e allo stesso tempo segnarne la fine. Lester Burnham, quarantenne ormai perennemente depresso, spento, con un matrimonio fallito, una figlia che quasi non gli parla e una carriera ormai arenata, scopre dentro di sé una determinazione e una voglia di vivere che ignorava. In preda ad una sorta di volontà di revanche totalizzante, che non risparmia nessuno, si incammina verso un percorso che coinvolgerà una vasta e variegata umanità che circonda la sua casa, i suoi cari, in mezzo a quel quartiere perbene borghese ed ipocrita. American Beauty permette a Kevin Spacey di legarsi in un personaggio che a mano a mano che si va avanti, diventa sempre più cinico, volendo disperato ma di sicuro determinato a non appiattirsi più in quel l'omologazione, che è il vero, grande tema del film di Sam Mendes, un piccolo gioiello di scrittura e di armonia. Senza ombra di dubbio la sua performance più memorabile, dal punto di vista cinematografico l'apice della sua carriera, con un personaggio che ancora oggi è incredibilmente attuale nel parlarci di quanto essere diversi dalla norma si difficile. 

L.A. Confidential (1997)

Curtis Hanson nel 1997 viene chiamato a dirigere L. A. Confidential, tratto dal romanzo del grande James Ellroy. Ambientato nella feroce e amorale Los Angeles di inizio anni '50, vede Kevin Spacey nei panni del disilluso Detective Jack Vinceness, che assieme a Bud White (Russell Crowe) e Ed Exley (Guy Pearce), cerca di scoprire la verità circa un massacro, avvenuto ad una tavola calda, dietro il quale però intuiscono c'è qualcosa di più di una mera violenza urbana. L. A. Confindential è uno dei più grandi noir di tutti i tempi, in cui il tema dell'ipocrisia, della violenza nella società americana e della mancanza di una vera giustizia, hanno proprio nel personaggio di Jake Vincennes un simbolo tanto coerente quanto affascinante per la sua natura ad un tempo cinica e ottimista. Se è Russell Crowe e Guy Pearce richiamano alla memoria il tema dell'amicizia virile e di giustizia, Kevin Spacey invece, elegante, charmante, eloquente e apparentemente sicuro di sé, riesci a diventare simbolo di un mix di luci ed ombre sensazionale, di una volonta di rivalsa e resurrezione, ma anche una grandissima umanità. Spacey seppe renderlo in poche parole l'essenza stessa di quella potente narrativa che grazie a James Ellroy, ha rivoluzionato la descrizione di un'epoca e dei suoi protagonisti. 

Margin Call (2011) 

Firmato da J. C. Chandor, Margin Call è un capolavoro di scrittura e regia criminalmente sottovalutato, ma soprattutto il film più importante mai fatto sulla crisi economica del 2008, quella che ha stravolto la civiltà occidentale e cambiato completamente i nostri parametri di vita. Kevin Spacey, attorniato da un cast che annovera Stanley Tucci, Jeremy irons, Demi Moore, Zachary Quinto, Paul Bettany e Simon Baker, ci guida dentro quelle fatidiche ore prima del crack finanziario, in una banca di cui non ci viene mai detto il nome, ma che rappresenta tutte quelle che bene o male in quelle ore distrussero la vita di milioni di persone per salvarsi, senza alcun ritegno e alcun ripensamento. Ad oggi, la sua performance nei panni di Sam Rogers, rimane incredibile per la capacità di farne il simbolo di un fallimento che è anche generazionale, sociale, culturale, non semplicemente personale od esistenziale. Margin Call lo vede furioso eppure rassegnato, indignato ma già sconfitto in partenza, ma non per questo privo di umanità, scruopoli, di fatto è l'ultimo a cedere di fronte al mostro per il quale ha lavorato. Forse il film più sottovalutato della sua carriera, ma anche quello dove ha dimostrato che a dispetto del tempo che passava, sapeva calarsi ogni volta nei panni di un personaggio dandogli credibilità, imprevedibilità e la capacità unica di essere portatore di tematiche importanti. 

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